Politica
Ceccarelli: “Per Arezzo servono coesione, ascolto e partecipazione”
7/04/2026 12:37
di Redazione Arezzo24
Inside Up, il podcast di Atlantide ADV, con ospite Vincenzo Ceccarelli, candidato sindaco di Arezzo per il centrosinistra. Nel corso dell’intervista condotta dal giornalista Andrea Avato, Ceccarelli ripercorre la sua lunga esperienza amministrativa, parla della sfida per Palazzo Cavallo, del rapporto con la città e delle priorità che immagina per i prossimi cinque anni. E rivendica un tratto preciso del suo modo di fare politica: autonomia di giudizio, confronto e concretezza.
“Metto la mia esperienza a disposizione di Arezzo”
Ceccarelli, la candidatura a sindaco di Arezzo è un nuovo inizio o il compimento di un percorso?
«Direi che è la messa a disposizione di questa lunga esperienza che ho accumulato nelle varie istituzioni per la città di Arezzo. È la città che mi ha accolto, che conosco molto bene da trent’anni. Fare il sindaco è una delle esperienze più faticose ma anche più appassionanti, quella che ti tiene più a contatto con il territorio e con le persone».
Ha detto che per accettare una sfida del genere servono passione e anche un po’ di incoscienza. Perché?
«La passione è indispensabile, perché un impegno così totalizzante non si affronta senza una spinta forte. L’incoscienza serve perché quella del sindaco è un’esperienza che ti espone ventiquattr’ore su ventiquattro, ti mette davanti a problemi, responsabilità e situazioni complesse. Poi però, una volta fatta la scelta, all’incoscienza deve subentrare il senso di responsabilità».
“Il campo largo è una ricchezza, il dialogo deve continuare”
Il centrosinistra aretino poteva essere ancora più largo?
«Sicuramente quella che mi sostiene è già una coalizione vasta e plurale, e questa è una ricchezza. Certo, poteva essere ancora più ampia. I punti di convergenza ci sono e penso che il dialogo debba proseguire. Io immagino una campagna elettorale propositiva, mai alla ricerca dello scontro».
Con Marco Donati non si è arrivati all’accordo. Perché?
«Le convergenze programmatiche ci sono, ma hanno pesato i percorsi politici e gli equilibri interni alle coalizioni. Io avevo dato disponibilità anche alle primarie, perché le consideravo uno strumento utile per arrivare a una sintesi. A quel punto, però, non c’è stata più la sua disponibilità. Oggi i percorsi sono paralleli e competitivi, ma vedremo cosa accadrà».
“Ho riflettuto a lungo prima di accettare”
Prima dell’ufficializzazione ha dovuto convincere gli altri o sono stati gli altri a convincere lei?
«Direi la seconda. Ho ricevuto sollecitazioni già nella scorsa legislatura e poi in questi mesi. Ho voluto riflettere bene, perché sono una persona piuttosto schiva e non amo troppo i riflettori. Ma alla fine ho deciso di dare la mia disponibilità, perché penso di poter offrire un contributo vero a questa città».
Che città vede oggi?
«Vedo una città un po’ triste, un po’ ripiegata su se stessa, forse anche isolata. Credo che Arezzo abbia bisogno di ripartire, di ritrovare vitalità e capacità di fare squadra».
“L’esperienza è un valore, ma i giovani saranno protagonisti”
Lei è il candidato con più esperienza. Lo considera un vantaggio?
«Se uno deve scegliere un chirurgo o un professionista, non credo consideri un valore l’inesperienza. Le relazioni costruite in questi anni, la conoscenza delle istituzioni, la possibilità di accedere direttamente ai livelli decisionali della Regione credo siano un valore aggiunto. Detto questo, considero i giovani fondamentali: non il futuro, ma il presente. Se sarò sindaco, saranno protagonisti».
“La mia prima follia? Candidarmi sindaco a 25 anni”
Nel corso del podcast, Ceccarelli ha anche giocato con le tre “carte” simboliche di Inside Up: passioni, idee e un pizzico di follia.
Qual è stata la sua “follia”?
«Quando nel 1985, a 25 anni, decisi di candidarmi a sindaco del mio comune. Lo feci con un po’ di follia. Mia madre, ricordo, per quindici giorni non mi rivolse la parola perché non era affatto d’accordo».
“La politica mi ha scelto quasi più di quanto io abbia scelto lei”
Come nasce la sua passione per la politica?
«All’inizio in modo quasi casuale. Non vengo da una famiglia di politici, ma di artigiani e commercianti. So cosa vuol dire alzare la saracinesca la mattina. A scuola ero tra quelli che animavano le assemblee e poi, nel mio paese, mi chiesero di impegnarmi in consiglio comunale. Da lì è nata una passione che poi è cresciuta nel tempo».
Oggi c’è molta sfiducia nella politica. Se n’è dato una spiegazione?
«La politica ha fatto molto per meritarsela, soprattutto quella del teatro, delle promesse mirabolanti, delle parole senza fatti. Io ho sempre cercato di fare un’altra politica: quella dell’impegno costante, dei valori, ma anche dei progetti concreti e delle risposte ai cittadini».
“Non essere aretino di città? Un argomento debole”
Le pesa non essere aretino di città?
«Francamente no. Mi fa quasi piacere che si ricorra a questo argomento, perché significa che critiche più incisive probabilmente non ce ne sono. Vivo ad Arezzo da oltre trent’anni, conosco bene la città e le ho sempre dedicato attenzione nelle funzioni che ho ricoperto. Forse non essere stato sempre dentro certe dinamiche cittadine mi ha consentito di guardarle con maggiore serenità e imparzialità».
“Sono milanista, ma con Berlusconi fui chiarissimo”
Tra le passioni extra-politiche, Ceccarelli cita lo sport: calcio, sci, tennis, pallavolo.
È milanista: come ha vissuto la contraddizione tra il Berlusconi politico e il Berlusconi presidente del Milan?
«La squadra di calcio non si cambia. Però da delegato a un congresso dei Ds mi trovai Berlusconi seduto dietro di me. Mi girai e gli dissi: “Presidente, la ammiro molto come presidente del Milan e vorrei che si dedicasse esclusivamente a questo”. Lui sorrise e mi rispose che la mia era una richiesta troppo interessante».
“Arezzo oggi merita appena 4 e mezzo”
Che voto dà ai due mandati Ghinelli?
«Direi 4 e mezzo. Vedo una città disconnessa, senza brio, con sofferenze evidenti. Ha perso molte posizioni nelle classifiche della qualità della vita e ha bisogno di essere ricostruita, non solo sul piano materiale ma anche su quello della coesione sociale».
Marcello Comanducci rappresenta davvero una discontinuità?
«Parlare di discontinuità mi sembra un po’ un ossimoro. È stato parte di quella storia politica e amministrativa. Poi lo vedremo meglio con le liste e nel corso della campagna elettorale».
“La priorità? Ricreare comunità”
Qual è il punto centrale del suo programma?
«Ricreare comunità. Per questo immagino subito una piattaforma di partecipazione, digitale ma non solo, per segnalazioni, consultazioni e percorsi condivisi. Vorrei anche ridare una veste organizzata ai comitati dei cittadini, sul modello delle vecchie circoscrizioni. Le energie civiche devono essere ascoltate e valorizzate».
Qual è l’idea più forte per rilanciare Arezzo?
«Fare di nuovo squadra. Arezzo è una città bella, con storia, cultura, manifattura e saper fare diffuso. Può essere rilanciata in Europa e nel mondo. Ma deve anche diventare più inclusiva, più aperta e più attenta a chi rischia di restare indietro».
“Servono più spazi per giovani e anziani”
Quali interventi ritiene più urgenti?
«Molti più centri di aggregazione per i giovani, che oggi mancano, e molti più centri diurni per gli anziani. C’è una transizione demografica in corso che non possiamo ignorare: oggi un quarto degli aretini ha più di 65 anni e questa quota crescerà. Servono anche più strutture per lo sport, che è salute, educazione e comunità».
“Sullo stadio dico sì, ma con attenzione”
Come giudica il progetto del nuovo stadio?
«Un nuovo stadio è una prospettiva positiva. Però bisogna vigilare con grande attenzione sull’iter e sulla qualità del procedimento. Mi auguro che la fretta di fine legislatura non produca errori o squilibri come è accaduto in altri casi».
“Non mi sono mai legato fedelmente a un leader”
Ha mai pensato di lasciare la politica?
«No, anche se ci sono stati momenti più duri e momenti di amarezza. Ma non ho mai avuto davvero la tentazione di mollare».
C’è un tratto che la definisce più di altri?
«Sì. Non mi è mai riuscito di legarmi fedelmente a un leader. Io credo molto nel dialogo e nel confronto, ma alla fine faccio le cose solo se sono convinto che siano giuste. Non sono mai stato uno che agisce perché glielo dice un segretario, un ministro o qualcun altro. Questo forse è stato insieme un pregio e un difetto: un pregio perché mi ha tenuto lontano da condizionamenti sbagliati, un difetto perché magari, per fare carriera, legarsi al potente di turno può essere più conveniente. Ma io ho sempre privilegiato la politica del fare».
“Vorrei essere il sindaco di tutti”
Tra cinque anni, quando potrà dire che ne sarà valsa la pena?
«Se Arezzo sarà una città più coesa, più unita, più vivibile per anziani e giovani, più forte nel lavoro e nell’economia, più capace di farsi conoscere nel mondo e allo stesso tempo più attenta a chi è in difficoltà. Se sarà una città che non lascia indietro nessuno, allora potrò dire che ne sarà valsa davvero la pena».
Vincenzo Ceccarelli, candidato a sindaco del centrosinistra alle prossime elezioni amministrative di Arezzo, è l’ospite di InsideUp, prodotta da Atlantide Audiovisivi e condotta dal giornalista Andrea Avato. Classe 1960, sposato con tre figlie, ha una lunga esperienza politica alle spalle: sindaco di Castel San Niccolò, suo paese di nascita, dal 1985 al 1995, è stato anche presidente della Provincia e assessore regionale. Durante il podcast ha raccontato piani e progetti per il rilancio della città, i rapporti con gli alleati della coalizione e con i competitor per la poltrona di primo cittadino. Ceccarelli ha anche parlato del suo amore per lo sport e del tifo calcistico per il Milan, svelando la sua idea di Berlusconi che indossava la doppia veste di presidente della squadra del cuore e avversario politico. Un’intervista per conoscere più a fondo il personaggio.